L’avvocato Leonida Casali e la difesa dei partigiani emiliani

5.0.3

Il contesto storico
Il 25 aprile 1945 l’Italia veniva liberata. Era un’Italia che aveva visto l’occupazione del proprio territorio e subito la violenza e l’efferatezza delle truppe naziste, nonché era un’Italia che doveva fare i conti con i collaborazionisti interni degli invasori. Il secondo dopoguerra italiano si configurava così come una «lunga liberazione» in cui giustizia e violenza andavano a costituire due facce della medesima medaglia.
Molto è stato studiato e molto è stato scritto sulla Resistenza e sulle esperienze dei partigiani durante gli anni della guerra di liberazione, mentre poco interesse avevano suscitato le loro vicende negli anni dell’immediato dopoguerra. Il biennio 1945-47, ossia gli anni che vanno dalla fine della guerra alla rottura dell’unità di governo delle forze antifasciste, sembrano aver costituito per molto tempo un limbo nella storiografia che molte difficoltà ha trovato a raffrontarsi a un periodo così complicato e pieno di implicazioni della storia italiana e che per molto tempo ha procrastinato una seria riflessione storica sulla violenza che proseguì anche nel dopoguerra e che causò morti italiani dopo la fine della guerra come conseguenza della guerra civile iniziata nello scontro tra i partigiani e i repubblichini di Salò. Questo “vuoto” è stato colmato dalla pubblicistica di destra e della propaganda del neofascismo, volta a sottolineare come i partigiani avessero commesso delle vere e proprie stragi e come si fossero nascosti dietro la guerra di liberazione per compiere una serie di delitti ingiustificati.
Seguendo la periodizzazione elaborata dallo storico Mirco Dondi si può suddividere il percorso della violenza in tre momenti distinti caratterizzati ognuno per proprie dinamiche e propri livelli di intensità: dal 20 aprile al 10 maggio 1945 si ha la violenza insurrezionale, nella primavera-estate dello stesso anno la violenza inerziale, infine dall’autunno del 1945 a quello del 1946 prende corpo la violenza residuale e di classe. I tre momenti non costituiscono un arco cronologico fisso e i confini paiono sfumati e imprecisi; nonostante questo, tutto sembra svolgersi lungo il sottile e pericoloso crinale che separa la giustizia dalla vendetta. Per comprendere e meglio analizzare il prolungamento della violenza oltre la fine del conflitto è particolarmente illuminante partire dalle tesi sostenute da Claudio Pavone e dalla loro forza e validità interpretativa riguardo il triplice volto della guerra combattuta in Italia. Pavone distingue e indica come costitutive tre guerre all’interno dell’unica grande battaglia resistenziale: la guerra patriottica contro i nazisti invasori, la guerra civile contro i fascisti della Repubblica di Salò suoi alleati e la guerra di classe contro il padrone, proiettata già fortemente nel futuro. Ciò ci permette di meglio comprendere l’articolarsi e l’intricarsi delle questioni e delle motivazioni che contraddistinguono vicende complesse come quelle del “triangolo della morte”: ossia il protrarsi delle uccisioni avvenuto in Emilia, specialmente nel bolognese e nel modenese, dopo la fine ufficiale della guerra. Ed è proprio in Emilia Romagna che più acuta appare essere la terza fase della violenza, quella che è stata definita residuale. Come fa notare Dondi «in questa fase a preoccupare autorità politiche e forze dell’ordine non è più la quantità della violenza quanto piuttosto la qualità della violenza, i suoi obiettivi, le sue eventuali prospettive». Le violenze sono in quel contesto animate da prospettive di cambiamento sociale e di nuovi equilibri di potere e proprietà: il movente appare quindi essere essenzialmente politico.
Premesso ciò, quello che è nostro interesse analizzare nel presente lavoro è l’azione giudiziaria penale e di repressione che scattò per gli ex partigiani coinvolti nelle vicende e nel quadro sopra delineato. Gli studi finora condotti in questa prospettiva hanno permesso di enucleare tre fasi cronologicamente successive: la prima è quella che segue immediatamente la liberazione ed è condotta dall’amministrazione militare alleata; la seconda si colloca tra il 1946 e il 1948 in cui i procedimenti penali sono ancora poco numerosi e ancora meno quelli che arrivano alla concreta celebrazione del processo, la terza fase inizia nel 1948 e andrà avanti fino al 1953.
La mole di processi che vennero celebrati proprio a partire dal 1948 fu talmente imponente che si iniziò a parlare di una vera e propria “offensiva anti-partigiana”, “repressione diffusa” e “intento persecutorio”. Dal 1948, infatti, una serie numerosa di fermi, arresti e istruttorie vennero a interessare gli ex combattenti incriminati per omicidi, rapine, sequestri di persona e reati minori a essi connessi. Emerge subito con chiarezza lo scarto temporale tra i fatti commessi, molti risalenti ai giorni immediatamente successivi al 25 aprile, e le date delle istruttorie. Angela Maria Politi individua proprio nel ’48 il punto di svolta decisivo, «il momento in cui viene data mano libera alle indagini prima frenate». Questo elemento è colto anche dai contemporanei. Nel dicembre del 1948 così scrive Paolo Alatri:

“Da un giorno all’altro la polizia e i carabinieri sono diventati attivissimi, ora non fanno altro che battere le campagne, arrestare partigiani, denunciarli alla magistratura per omicidio e rapina, dissotterrare cadaveri di giustiziati. La spiegazione più semplice di questa improvvisa attività della polizia giudiziaria e dei suoi sforzi per implicare in una presunta attività criminosa di carattere comune il maggior numero di capi partigiani riconosciuti e popolari e per dare al maggior numero di casi possibile la fisionomia di delitti comuni secondo la stampa di sinistra è la seguente: il governo di De Gasperi e di Scelba ha impartito ordini precisi, le autorità di polizia e in parte la magistratura non fanno altro che eseguire queste direttive le quali mirano a colpire, a screditare, a scardinare il movimento partigiano”

L’offensiva giudiziaria assume il carattere di elemento principale in un più ampio quadro di contestazione della Resistenza: questi processi mettevano in discussione, infatti, la legittimità stessa della guerra partigiana. Per comprendere a fondo l’importanza di questa parte di storia d’Italia bisogna tener presente il contesto geopolitico e la commistione di elementi che portarono a un’offensiva penale antipartigiana. Innanzitutto va rimarcato come la magistratura fosse in larga parte coinvolta con il passato regime fascista e come non fosse stata sottoposta a un valido processo di epurazione. Quest’ultimo si era risolto in un sostanziale fallimento, era quindi plausibile «che gli atteggiamenti giudiziari sui temi legati al trapasso tra dittatura e ordinamento democratico siano stati condizionati dalla continuità di uomini e di funzioni svolte da giudici che si erano formati ed avevano raggiunto i vertici della carriera nel corso del ventennio fascista». La realtà postbellica andò configurandosi perciò come caratterizzata, da un lato da magistrati che erano stati compromessi con il fascismo, dall’altro partigiani che contro di esso si erano battuti. A ciò va sicuramente aggiunto il contesto internazionale ormai contrassegnato dalla guerra fredda e dalla politica dei due blocchi contrapposti. Infine i partiti di governo volevano autorappresentarsi come partecipi della Resistenza, ma allo stesso tempo estranei alle illegalità compiute. Si voleva quindi fondare la neonata Repubblica sul mito di una Resistenza patriottica non inficiata dalle violenze. Questo atteggiamento unito alla propaganda della stampa moderata che seguì con estremo interesse i processi, mise seriamente in discussione il peso e il valore della lotta resistenziale. L’iniziativa antipartigiana sembrava essere volta a depotenziare le spinte innovatrici che si erano affermate nel triennio 1943-1945 e a criminalizzare i comunisti per minarne la legittimità parlamentare e democratica indicandoli come gli ispiratori di azioni volte a destabilizzare la democrazia. Ricorriamo anche a questo proposito alle parole di Alatri:

“Per questa classe di funzionari dello stato un partigiano, un comunista hanno molte probabilità di essere, a priori, dei delinquenti: sono comunque degli agitati che hanno un ideale di lotta e di vita in contrasto con la maestosa immagine dello stato e della società che essi si son fatta alla vecchia scuola tradizionale della classe dirigente italiana, della classe burocratica che ci governa da quando l’Italia è nata come nazione”

I processi vengono strumentalizzati politicamente con un duplice scopo: colpire il Pci e reprimere la conflittualità sociale omologandola con la delinquenza comune.
Infine un ultimo dato è subito rilevato dai contemporanei e confermato dalle ricerche storiografiche successive: un paradossale ribaltamento della realtà. Da una parte, infatti, si ebbe il congelamento dei processi a carico dei fascisti grazie alla spinta verso la normalizzazione e stabilizzazione del Paese e alla conseguente “amnistia Togliatti”, dall’altra i partigiani che avevano combattuto per la guerra di liberazione venivano perseguiti per reati di violenza comune.

È questo che ti colpisce: due pesi e due misure a seconda che si tratti di fascisti o di antifascisti. E non come sarebbe pure lecito semmai aspettarsi a favore di quelli che hanno combattuto e sofferto per l’Italia, ma a favore di coloro che si sono battuti per la fazione opposta e per i tedeschi contro l’Italia”    

La difesa degli ex partigiani implicati in procedimenti penali fu assunta nella maggioranza dei casi dal Comitato di Solidarietà Democratica, nato il 2 agosto 1948 dopo i numerosissimi arresti avvenuti in seguito alle manifestazioni del 14 e 15 luglio dello stesso anno successive all’attentato a Togliatti. Quest’ultime avevano provato la capacità di mobilitazione di ampi strati della popolazione che avevano deciso di scendere in piazza dimostrando tutta la propria volontà riformatrice. Ciò spaventò il governo centrista e l’opinione pubblica moderata: non è un caso, infatti, che da qui in avanti braccianti, militanti politici e sindacali nonché ex partigiani furono imputati in numerosi procedimenti penali. A promuovere la nascita di questa struttura furono sollecitazioni interne ai partiti comunista e socialista, e in special modo la figura dell’onorevole Umberto Terracini, che divenne presidente del Comitato Nazionale di Roma nel 1951. I primi comitati di Solidarietà Democratica nacquero in seguito proprio a questa ondata di repressione con lo scopo immediato di sostenere gli imputati e le loro famiglie sia materialmente che moralmente e allo stesso tempo di fornire assistenza legale gratuita durante le cause. Data la mole di processi che investirono partigiani ed ex combattenti in Emilia-Romagna, non è un caso se proprio questa regione fu tra le prime a organizzarsi in maniera immediata e capillare. Nel 1951 si erano costituiti ben 866 comitati suddivisi tra provinciali, comunali, rionali e aziendali. L’idea che stava alla base del movimento di Solidarietà Democratica era quella della difesa delle libertà democratiche e soprattutto dei diritti sanciti dalla Costituzione della neonata Repubblica. Per far questo si cercò di raccogliere l’adesione e la collaborazione di quanti più giuristi, avvocati e uomini di diritto possibile indipendentemente dall’appartenenza politica. Tuttavia nella realtà i membri dei collegi di difesa erano in maggioranza legati o militavano nelle file del Pci e del Psi, e da questi due partiti il Comitato riceveva notevoli contributi finanziari.
Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta in corrispondenza di quella che si è definita come una vera e propria repressione anti-partigiana, il Comitato si concentrò principalmente nella difesa dei partigiani e dei militanti volendo agire da tutela dei diritti costituzionali e contro l’azione e la politica repressiva attuata dal governo di De Gasperi e dal ministro degli Interni Scelba. Il fine del Cds era infatti quello di creare una «solida base di massa, mobilitando in ogni provincia, avvocati, studiosi di diritto, in modo da studiare l’esagerato prolungarsi dei processi, le condizioni di vita dei carcerati e la veridicità dei soprusi della polizia, degli arbitri, nel periodo precedente all’istruttoria, e delle violenze durante gli interrogatori». L’intero mondo partigiano sembrava essere sotto accusa e furono proprio gli avvocati che collaboravano con il Comitato a denunciarlo. Il senatore Carmine Mancinelli, ad esempio, in una delle discussioni della Commissione Parlamentare d’inchiesta sui fatti dell’Emilia, già nel 1948 poneva in luce «il piano di aggressione che il governo e le forze reazionarie agrarie e neofasciste si sono proposte ai danni del movimento partigiano». La linea che il Comitato e gli avvocati che ne gravitavano attorno decisero di seguire fu quindi il doppio binario della difesa e dell’attacco. Seguendo le argomentazioni suggerite da Liora Israel nel suo libro sul mondo del diritto e del soccorso militante soprattutto in Francia, ci sentiamo di poter affermare che anche in questo caso ad operare siano state le due facce del diritto come arma capace di contestare e eventualmente modificare rimanendo all’interno delle istituzioni riconosciute dallo Stato una situazione di fatto: «il diritto, è quindi, sia arma offensiva, per far valere dei diritti, sia arma difensiva,perché imposta da una indagine o da una imputazione: è perciò uno degli strumenti coni quali spesso si misura, per scelta o per necessità, chi voglia contestare una situazione, uno stato, degli avversari». Significativo appare quindi rilevare come lo sforzo portato avanti dal Comitato si muovesse da un lato difensivamente per assistere nelle cause gli imputati, dall’altro offensivamente denunciando nelle arringhe in aula l’illegittimità della azione persecutoria indiscriminata e massiccia: l’obiettivo dei difensori non era solo l’assoluzione degli imputati come scopo in sé compiuto, ma anche l’affermazione dei valori costituzionali nati proprio grazie alla lotta dei partigiani durante la Resistenza. A ciò va aggiunto il tentativo di elaborare proposte volte al superamento della legislazione fascista ancora in vigore.
Come sottolineano Angela Maria Politi e Luca Alessandrini, che per primi studiarono in maniera sistematica l’insieme documentario degli archivi del Comitato e di alcuni avvocati ad esso afferenti, «il Cds era parte integrante delle lotte sociali delle cui conseguenze penali si faceva carico» agendo più come «un movimento» che come «un ufficio». Era quindi molto difficile ricondurre tutte le cause ad una medesima direzione centrale, soprattutto quando si trattava di dover cercare soluzioni e prendere decisioni celermente. Per questo vennero presi come punto di riferimento alcuni elementi solidi e stabili su cui poter contare in quanto a professionalità e militanza. Caso emblematico fu quello dell’avvocato bolognese Leonida Casali che si trovò al centro dei collegi difensivi della quasi totalità dei processi svoltesi contro partigiani nel bolognese e nel modenese e al cui ufficio venivano sottoposti tutti i casi inerenti quella zona per una prima valutazione preliminare. Proprio per questo motivo il presente lavoro si incentra sullo studio di alcune cause curate da Casali, grazie al patrimonio documentario del suo curato e ricco archivio, depositato oggi presso l’Istituto per la Storia e le Memorie del ’900 Parri – Emilia Romagna.
Nella consapevolezza che anche una monografia, per quanto particolare, possa contribuire a rendere ragione di processi molto più generali che la sovrastano, ma di cui permette l’analisi, l’obiettivo del presente lavoro è di ricostruire la funzione e il ruolo di Casali all’interno sia del Comitato di Solidarietà Democratica sia del Partito Comunista e di comprendere l’articolarsi , lo strutturarsi e lo svolgersi delle difese a livello sia giurisprudenziale sia politico, partendo dalla peculiarità dei singoli casi affrontati.
Il profilo biografico
Leonida Casali nasce a Bologna l’8 febbraio 1898 dall’avvocato Enrico Mariano Casali e da Romana Lodi, primo di otto figli. Consegue la maturità classica al Liceo Minghetti. Nel 1916 si iscrive all’Università di Bologna alla facoltà di Giurisprudenza corso Procuratori, ma lo scoppio del primo conflitto mondiale interferisce con il normale svolgimento della sua vita universitaria. Non sappiamo se il giovane Casali prende parte alla Prima guerra mondiale, ma risale al dicembre del 1917 una sua giustificazione circa l’impossibilità di adempiere al pagamento delle tasse universitarie per il secondo semestre del primo anno «per ragioni di obbligo militare e altre che spiegherà a voce, se richiesto, frequentare regolarmente le lezioni e pagare la seconda rata del I anno (1916-17) e la prima rata del II anno ora in corso». Nel 1916 inizia la sua attività politica militando nel Partito Socialista. La scissione gramsciana consumata durante il Congresso di Livorno nel gennaio del 1921, avvicina Casali alle istanze del comunismo italiano e difatti risulta essere uno dei fondatori della sezione bolognese del Partito Comunista d’Italia. Anche se stava muovendo i primi passi della sua attività politica gli vengono comunque affidati ruoli di responsabilità nella cellula bolognese del PCd’I; diviene ad esempio segretario dell’Unione Inquilini. Il 3 giugno del 1921 si iscrive all’Albo dei Procuratori e quindi può finalmente fare il suo ingresso nel mondo dell’avvocatura nelle vesti di Procuratore. Da quando Mussolini prende il potere la sua militanza comunista diviene un problema e Casali diventa una delle tante vittime della violenza del nascente fascismo. Essendo uno dei membri più importanti del Partito Comunista emiliano e da subito oggetto di vessazioni, viene più volte aggredito, bastonato, aggiunto all’elenco degli schedati politici e sottoposto a continua vigilanza. Le violenze subite hanno naturalmente ripercussioni nella sua carriera universitaria che, d’altronde, non risultava neanche troppo brillante. Tra il 1929 e il 1930 «approfittando del R.D. 21 marzo 1929 n. 841 che prorogava il termine concesso ai procuratori legali per conseguire la laurea in giurisprudenza allo scopo di ottenere l’iscrizione all’albo degli avvocati, tenta di dare gli esami che ancora doveva superare», ma anche questo tentativo risulta fallimentare poiché «elementi fascisti gli imposero di non metter più piede nell’università pena la vita. […] sospese [quindi] gli studi e solo dopo la liberazione fece ricorso al ministero dell’istruzione per essere autorizzato a sostenere gli esami». Il più efferato di questi pestaggi (avvenuto nel 1925) lo riduce tra la vita e la morte e gli fa perdere quasi completamente la vista da un occhio compromettendo una già cagionevole salute; infatti durante la sua vita saranno lunghe e frequenti le sue permanenze presso istituti ospedalieri che non faranno altro che interferire pesantemente con la sua carriera. Benché Casali sia stato una personalità molto importante nel mondo comunista bolognese, le notizie sulla sua vita risultano ancora molto poche soprattutto per quanto riguarda gli anni Trenta. Il clima politico incandescente che caratterizza quell’epoca e le persecuzioni a cui era sovente sottoposto, portano Casali a vivere gli anni del fascismo nell’ombra ma rimanendo sempre collegato alla struttura decisionale del PCd’I. La sua situazione economica durante questi anni non è affatto rosea, risulta anzi essere contraddistinta da un’elevata instabilità e nel corso degli anni è costretto a contrarre sempre maggiori debiti.
Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale la fede comunista di Casali lo porta ad avvicinarsi agli ambienti della Resistenza arrivando a ricoprire ruoli di rilievo. Gli viene affidata la guida della 63esima Brigata Garibaldi Bolero, protagonista di numerose azioni di guerriglia e sabotaggio nel basso Appennino Bolognese e nelle zone dei comuni di Zola Predosa, Casalecchio di Reno, San Giovanni in Persiceto, Sasso Marconi e Crevalcore; tale attivismo gli varrà il riconoscimento del grado di Maggiore Partigiano, conferitogli nel 1943 e l’elezione nel Collegio dei Probiviri dell’ANPI provinciale di Bologna. Anche in questo caso le notizie riguardanti la sua militanza nei ranghi della resistenza sono assai parziali e sconnesse fra loro; nonostante ciò, sappiamo che nel 1943 diviene Segretario della cellula bolognese del CLN, diventando membro del comitato legislativo clandestino, e membro del Comando Unico Militare dell’Emilia Romagna. Finita la guerra, ritorna all’Università per terminare i propri studi interrotti negli anni Venti e consegue la laurea in Giurisprudenza nel dicembre 1947 con una tesi dal titolo “Sull’obbligazione alimentare ex lege” con relatore il Professor Antonio Cicu. La sua attività di avvocato si aggiunge alla sua carriera politica nel Consiglio Comunale di Bologna. Subito dopo il termine del conflitto il Governo Militare Alleato nomina sindaco il comunista Giuseppe Dozza e Casali viene nominato consigliere comunale, incarico che verrà poi riconfermato dalle elezioni amministrative del 24 Marzo 1946. Dopo vent’anni di fascismo l’intera cittadinanza bolognese, in questo caso per la prima volta anche le donne, torna a poter scegliere liberamente e democraticamente i suoi rappresentanti, e Leonida Casali risulta eletto tra le fila del Partito Comunista. Il PCI ottiene 71.369 voti, può in questo modo conquistare 24 seggi nel Consiglio, distanziando di gran lunga il PSIUP e la DC. Casali diventa assessore effettivo con delega all’ufficio legale, incarico che mantiene anche dopo le elezioni del 1951; la sua lunga attività politica a Bologna si conclude nel 1964.
In concomitanza con gli impegni in Consiglio Comunale Casali, fin dai primi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, è impegnato nella difesa di “compagni” comunisti ed ex-partigiani accusati di violenze e atti delittuosi che sono da inserire all’interno di quel clima sempre più incandescente che caratterizza il secondo dopoguerra. Il 2 agosto 1948 viene fondato il Comitato di Solidarietà Democratica grazie all’impegno di personalità del PCI e del Partito Socialista desiderosi di fornire assistenza legale gratuita ai tanti uomini vicini alle sinistre che vengono tratti in arresto; difatti una grande pioggia di arresti comincia dopo l’attentato a Palmiro Togliatti. Casali, grazie alle sue competenze legali, diventa uno degli avvocati più rappresentativi del foro di Bologna e molto impegnato nella difesa di militanti accusati dei più svariati delitti. «Si trovò in prima fila dalla parte di coloro che venivano colpiti dall’offensiva scatenata dai governi e dalle classi che diressero il paese, negli anni seguenti quella rottura [dell’unità antifascista], contro le masse popolari, contro i lavoratori, contro i singoli dirigenti dei lavoratori, contro i partigiani».
L’attività di Casali, quindi, non si ferma solo ad una semplice difesa processuale ma, insieme al Comitato di Solidarietà Democratica, si impegna a smontare gli attacchi politici sferrati contro le sinistre alla luce del mutato quadro internazionale, entrato nel vortice della Guerra Fredda e, nel caso italiano, in una contesa sempre più accesa tra partiti di governo e la minoranza di sinistra.
La stagione dei processi politici si conclude durante gli anni Cinquanta e Casali può così tornare ad una normale attività forense, anche se sempre molto alto sarà il suo impegno civico. Antonioni ricorda l’azione di Casali in occasione dei processi nati dal cosiddetto «Dossier Due Torri», uno studio sulla realtà del neo-fascismo bolognese redatto dallo stesso Pci e poi trasmesso alla Procura di Bologna.
Nella seduta comune del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati del 28 Novembre 1962 viene nominato Giudice aggiunto della Corte Costituzionale.
Nel corso degli anni Sessanta e Settanta però la sua salute comincia a peggiorare, la vista diventa sempre più debole e con il passare degli anni la perderà quasi del tutto.
L’impossibilità di lavorare e di continuare la sua attività di avvocato lo inducono a togliersi la vita nel corso del 1977.

BRIGUGLIO, Gianluigi, CAROLI, Nicola, DEL PRETE, Simeone, FEDELE, Greta, «L’avvocato Leonida Casali e la difesa dei partigiani emiliani», Diacronie. Studi di Storia Contemporanea, N. 20, 4|2014

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