Le missioni alleate in Italia e i mancati rifornimenti alle formazioni garibaldine

Due dei componenti della missione inglese "Ruina Fliviis", il capitano Christopher Woods "Colombo" assieme al capitano John Orr-Ewing (coi baffi) mentre parla il comandante della "Garemi", Nello Boscagli "Alberto"

Due dei componenti della missione inglese “Ruina Fluvius”, il capitano Christopher Woods “Colombo” assieme al capitano John Orr-Ewing “Dardo” (coi baffi) mentre parla il comandante della “Garemi”, Nello Boscagli “Alberto”

“Perché poi hai piantato i rossi? Per i lanci. Crepavo d’invidia a vedere i badogliani con la roba dei lanci.
Ai rossi non lanciavano e non lanceranno mai. Debbono tirar giù gli apparecchi con le mani se vogliono soffiarsi il naso in uno straccetto cachi…”.
(Beppe Fenoglio, L’imboscata)

Le missioni militari alleate furono organizzate, in collaborazione con il “SIM” (Servizio Informazioni Militari del Comando dell’esercito italiano), dagli inglesi dello “Special Operation Executive – SOE”, dagli americani dell’”Office of Strategic Service- OSS” e direttamente dal SIM, e dai francesi.
All’inizio (primavera 1943) il loro scopo era di individuare i militari che si trovavano dispersi in suolo italiano perchè sfuggiti dalle carceri o dai campi di prigionia e di riportarli in territorio amico. La nascita della Resistenza attivò l’interesse e la diffidenza verso questa forma di lotta da parte degli angloamericani che non volevano un esercito partigiano in Italia. Non lo volevano sia per ragioni politiche, perché temevano che vi prevalessero le tendenze di sinistra, sia per ragioni militari, perché ritenevano troppo oneroso rifornirlo: comunque, per comprenderne meglio le caratteristiche ma, soprattutto, per valutarne la valenza politica e ideologica, intensificarono l’invio di queste missioni.
Inizialmente i militari inglesi e americani, addestrati dai servizi segreti alleati, furono paracadutati in aree presidiate dalle formazioni partigiane autonome ma, dopo i grandi rastrellamenti dell’estate del 1944, i comandi furono spostati nelle aree garibaldine: perchè questo cambiamento? Forse gli alleati riconobbero nelle formazioni di sinistra una maggiore combattività e una maggiore ripresa dopo i tremendi rastrellamenti? Oppure per poter esercitare su di esse un maggiore controllo, condizionarne l’attività tentandone anche la scissione, come avvenne in alcune formazioni? Probabilmente tutte e due le cose, è comunque dimostrato che le missioni militari tentarono di disgregare i reparti garibaldini o di farli assorbire da formazioni composte da ex militari, o di prenderne direttamente il comando. Così successe per la missione Rye che tentò di prendere il comando della Brigata Avesani o per la Divisione Nannetti che subì il distacco di due Brigate, la 7° Alpini, confluita in formazioni guidate da esponenti del Partito d’Azione e la Piave, assorbita da una brigata democristiana.
Bisogna anche ricordare che non sempre l’intervento degli alleati si rivelò proficuo per la Resistenza: un esempio lampante è il rastrellamento e la conseguente strage sul Monte Grappa, dove il capitano Brietsche della missione Scorpion insistè per la difesa ad oltranza sul massiccio, promettendo lanci di materiale che non arrivarono mai e causando quel disastro che rimarrà alla storia come “la più grave disfatta militare della Resistenza e di tutta la storia” (Sergio Luzzato).
I partigiani chiedevano armi ed equipaggiamenti: mentre gli americani erano favorevoli a concederli, gli inglesi tendevano invece a limitarli, soprattutto le armi. La domanda che si ponevano era questa: era opportuno armare un esercito irregolare che aveva scatenato una guerriglia difficilmente controllabile? I partigiani avrebbero restituito le armi alla fine del conflitto? La diffidenza nei confronti del movimento resistenziale aumentò nel tardo autunno del 1944 con la grave situazione che scoppiò in Grecia (vedere qui).
I garibaldini avevano intuito che gli inglesi li guardavano con diffidenza e che ne temevano l’espansione. Questo il giudizio negativo di Alberto Sartori “Carlo”, comandante della Brigata “Stella” della divisione “Garemi”, sul significato della presenza delle missioni alleate tra le file partigiane (in questo caso la missione “Ruina Fluvius” comandata dal maggiore John Prentice Wilkinson “Freccia”):

“Durante lunghi mesi Freccia ci aveva promesso lanci d’armi. I messaggi negativi e positivi si susseguivano infatti in un fervore di sempre nuove coordinate. Ma furono vere e proprie trappole in cui furono decimati i garibaldini delle “Garemi”. La missione Freccia ci considerava troppo spinti e teneva conto di quanto stava allora succedendo in Grecia…Cosicché può essere affermato e storicamente dimostrato che noi perdemmo più uomini aspettando lanci che non giungevano mai – malgrado la tragica beffa dei messaggi positivi – che non conquistandoci le armi assaltando caserme e presidi…Per me, che li avevo visti giungere in Algeria e Tunisia, non era una cosa nuova. NO!”

Sulla crisi greca, nonostante le difficoltà di comunicazione, anche le formazioni partigiane più isolate vennero informate del trattamento riservato ai partigiani comunisti greci e tutti iniziarono a porsi seri interrogativi sul rapporto con gli inglesi. Alberto Sartori “Carlo” spiega così la situazione venutasi a creare:

“… con un messaggio urgente il Presidente del C.L.N. di Laghi (Severino, il calzolaio) mi chiedeva: “I partigiani sul Pasubio hanno saputo che gli inglesi, occupata la Grecia, stanno massacrando i vittoriosi partigiani greci. Sconvolti da simile notizia, chiedono a me spiegazioni. Io non so cosa dir loro. Spero che siano notizie false diffuse dai nazifascisti. Informami e consigliami in proposito.” Risposi con un lungo messaggio dal Comando della Brg. MAMELI. Quando lo rilessi, prima di consegnarlo alla fida staffetta, mi resi conto che non sarebbe bastato un volume per spiegare a quella gente semplice ed inesperta, a quei valorosi che combattevano e morivano per vincere il “fascismo in camicia nera”, che il fascismo tout court – la vera matrice del fascismo – poteva anche non avere la camicia nera e vestire l’uniforme di S.M. Britannica o altra uniforme. Feci una postilla al messaggio illudendomi che, sintetizzando, sarei riuscito a farmi meglio capire: “Spiega agli uomini, caro Severino, che abbiamo dovuto allearci al nemico N. 2 per combattere e vincere il nemico N. 1”

Il messaggio venne intercettato dal maggiore John Prentice Wilkinson “Freccia” che non poté non aumentare la sua diffidenza e prevenzione contro i vertici della “Garemi”. Così commenta ancora “Carlo”:

“Peccato – dicevano in coro gli ufficialetti della Missione Freccia – peccato che il Comando della “Garemi” sia così rosso… altrimenti noi inviare molte armi e molti soldi a questi bravi partigiani”.

Un’altra testimonianza sulla ragione del mancato invio di materiale alle formazioni comuniste viene da Christopher Woods “Colombo”, a capo della missione “Ruina Fluvius” dopo l’uccisione di “Freccia”, quando afferma che all’inizio del 1945 la n. 1 Special Force (il servizio incaricato del collegamento tra gli Alleati e i Partigiani) aveva ricevuto ordine di limitare i rifornimenti alle formazioni garibaldine quanto più possibile a viveri e vestiario, quanto bastava per mantenerle in vita, anche esplosivi necessari per compiere sabotaggi ma non armi. ( nella prefazione al libro Grazia Spada “Il Moicano e i fatti di Rovetta. Una pagina nera della lotta partigiana”, Medusa ed.). Da notare che l’ufficio di propaganda nazista non si lasciò sfuggire l’occasione per intensificare l’opera di persuasione tra i partigiani per abbandonare le armi sfruttando le notizie provenienti dalla Grecia:

“Sfruttare al massimo la lotta dei carri armati inglesi e degli aerei inglesi contro i partigiani greci. Far intendere con questo esempio ai cosiddetti “patrioti” italiani che anche ad essi un giorno potrebbe succedere lo stesso. Gli inglesi sfruttano per i loro fini i cosiddetti patrioti e, dopo che questi hanno compiuto il loro servizio, vengono poi dagli inglesi presi a fucilate”

Tratto da “Il caso Sergio – La ricostruzione di un movimento scissionista nel cuore delle Brigate “Garemi” di Ugo De Grandis

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